La mia biografia è ben descritta da queste parole di Fernando Pessoa:
“Non ho mai prestato fede alle mie convinzioni.
Ho riempito le mie mani di sabbia, l’ho chiamata oro, e ho aperto le mani facendola scorrere via.”

Se ti ritrovi a fare amicizia con l’ombra su di un muro o avvertire i pensieri della luce sulle cose; se lungo i tuoi passi riconosci i segni di una lingua misteriosa e da decifrare, beh, se uno vede queste cose, se riesce a fissare queste immagini, è un fotografo.
La fotografia è un gioco dove le cose non sono mai del tutto quello che sono.
Fotografando, un’altra realtà inizia a esistere in me.
Fotografo per essere in me stesso; sono io la materia delle mie fotografie.
Mi servo dell’immagine come esca: l’immagine pesca quel che non è immagine.
Non m’interessa fotografare cose nuove. M’interessa vedere le cose in modo nuovo.
La vita si nasconde nelle cose insignificanti, minute. E invisibili.
La fotografia si connette a un mondo, il nostro, che è già fatto di relazioni. Ecco perché una fotografia ci permette di guardare dentro noi stessi. Il suo vero potere è connettersi a chi siamo.
La fotografia deve essere sentimento. Nient’altro.
Ma ora l’emozione degli umani è sentita come un limite alla produttività, da superare.
In questo mondo che sa solo fare di conto la bellezza erra in esilio, tra un’infinita tenerezza e un’infinita solitudine.